Crisi epilettiche e diritto all’indennità di accompagnamento

Sulla questione del requisito di non autonomia in presenza di crisi epilettiche, già affrontata dalla Cassazione con Sentenza n. 21761/2004, si è espresso anche il Tribunale di Napoli (Sentenza n. 13995/2009), in una controversia patrocinata dall’amico e Collega Carmine Buonomo.

La Sentenza, che qui si allega, si ricollega alla citata Cassazione, stabilendo che per il diritto all’indennità di accompagnamento non è richiesta la quotidianità delle crisi epilettiche.

Richiesto è, invece. che le stesse, indipendentemente dalla frequenza con cui si manifestano, incidano in misura rilevante sul compimento degli atti di vita quotidiana.

Download PDF: Tribunale di Napoli – Sentenza n. 13995-2009

 

Fonte: http://www.studiolegalebuonomo.it/2016/06/crisi-epilettiche-e-diritto.html#more

 

Annunci

Riepilogo prestazioni assitenziali con slides (aggiornamento a maggio 2017)


Cliccare sul seguente link per aprire le slides riepilogative sulle prestazioni assitenziali (aggiornate a maggio 2017)

Come sempre un ringraziamento va al Collega Carmine dello Studio Legale Buonomo per la segnalazione. 

Fonte: www.futuropensione.it

Il limite di reddito per l’erogazione delle prestazioni assistenziali deve essere calcolato con riguardo alla base imponibile ai fini IRPEF “al netto” degli oneri deducibili (Cass., Sent. 5450/2017)

Facendo seguito ad un consolidatissimo orientamento giurisprudenziale, la Suprema Corte (Sentenza 5450/2017) conferma per l’ennesima volta che il reddito cui occorre fare riferimento per la pensione d’invalidità civile è quello “imponibile” e cioè – secondo la formulazione del D.P.R. 917/1986, art. 3 (T.U.I.R.) – la base imponibile da assoggettare a tassazione ai fini I.R.P.E.F., costituita dal reddito complessivo del contribuente al netto degli oneri deducibili indicati nell’art. 10 del T.U.I.R. (quali tra gli altri: le spese mediche, gli assegni periodici corrisposti al coniuge legalmente separato, i contributi assistenziali e previdenziali).

Qui la sentenza integrale: Corte di Cassazione, Sentenza n. 5450/2017 in formato PDF, liberamente consultabile e scaricabile dal sito del Collega Avv. Carmine Buonomo che, come sempre ringrazio per la preziosa segnalazione.

Pensione di inabilità lavorativa

La pensione di inabilità lavorativa viene riconosciuta ai lavoratori dipendenti, parasubordinati o autonomi iscritti all’assicurazione generale I.N.P.S.
I lavoratori devono essere affetti da una infermità o una patologia che sia causa della permanente impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro. Tale condizione può essere anche preesistente all’assunzione.
La pensione può essere soggetta a revisione. Se viene accertato il recupero della capacità lavorativa, la pensione può essere revocata.
Per richiedere la pensione di inabilità lavorativa è necessario essere assicurati presso l’I.N.P.S da almeno 5 anni, contare su un’anzianità contributiva pari ad almeno 5 anni (260 contributi settimanali), dei quali almeno 3 anni (156 contributi settimanali) siano stati versati negli ultimi 5 anni.

Il godimento della pensione di inabilità lavorativa è incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa dipendente nonché con l’iscrizione agli albi professionali, o agli elenchi degli operai agricoli e dei lavoratori autonomi quali artigiani, commercianti, coltivatori diretti. La pensione non è, inoltre, cumulabile con le rendite vitalizie erogate dall’I.N.A.I.L. in caso di infortunio sul lavoro o malattia professionale, o con le provvidenze per invalidità civile, se è riferito alla stessa causa.

La pensione viene calcolata aggiungendo all’anzianità contributiva maturata, contributi sufficienti a coprire il periodo mancante  al raggiungimento dell’età pensionabile, fino ad un massimo di 40 anni di contributi totali.

A chi è stato riconosciuto il diritto alla pensione di inabilità, può essere concesso, su richiesta, l’assegno mensile per assistenza personale e continuativa.
La condizione sanitaria prevista è l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure necessitano di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.
L’assegno non spetta non viene erogato nel caso di ricovero in istituto se la retta è a carico dello Stato o di enti pubblici.

La domanda per la pensione di inabilità e per l’assegno mensile va inoltrata alla sede I.N.P.S. competente.

Nei casi in cui le domande siano rigettate è possibile presentare ricorso amministrativo entro 90 giorni dalla comunicazione del rigetto. Il ricorso va presentato al Comitato Provinciale I.N.P.S.

In caso di ulteriore rigetto del ricorso amministrativo si potrà procedere con ricorso giudiziario da presentare al Tribunale competente.

 

Fonte: handylex.org

Provvidenze economiche per invalidi civili, ciechi civili e sordi: importi e limiti reddituali per il 2017

Anche per quest’anno l’I.N.P.S., con circolare n. 8 del 17 gennaio 2017, ha pubblicato i nuovi importi per l’anno 2017 delle prestazioni economiche di invalidità civile, cecità civile e sordità.

Di seguito si riportano sia gli importi delle varie prestazioni economiche di invalidità civile, cecità e sordità per l’anno 2017, ché i limiti di reddito e la comparazione con gli importi erogati per il 2016.

cattura

Rispetto all’anno passato, gli importi in alcuni casi rimangono gli stessi, in altri casi si registra un lieve aumento e ciò è dovuto al fatto che l’I.N.P.S. si adegua alle indicazioni del decreto del 27/11/2016, emanato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, che fissa nella misura dello 0,0% l’aumento di perequazione automatica da attribuire alle pensioni, in via definitiva, per l’anno 2016, e nella misura dello 0,0% l’aumento di perequazione automatica da attribuire alle pensioni, in via previsionale, per l’anno 2017, mentre fissa al 1,37% l’aumento per le indennità.

Fonte: handylex.org

Il lavoratore che assiste un familiare con handicap senza gravità può essere trasferito senza consenso solo per insostituibili e urgenti esigenze aziendali (Cass., Sent. 25379/2016)

Il lavoratore che assiste il familiare con handicap senza condizione di gravità può essere trasferito senza il suo consenso solo per insostituibili e urgenti esigenze aziendali.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la Sentenza n. 25379 del 12 dicembre 2016.

L’art. 33, co. 3 e 5, L. 104/1992, dispone che il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità, ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.

Orbene, secondo gli Ermellini, il diritto del lavoratore che assiste un familiare con handicap a non essere trasferito senza il proprio consenso a un’altra sede di lavoro non presuppone obbligatoriamente che la disabilità del familiare abbia una connotazione di gravità. Infatti, tale disposizione, sempre secondo la Corte, deve essere interpretata alla luce dei principi costituzionali e comunitari di tutela della persona disabile. Leggendo la norma nel più ampio contesto della Costituzione Italiana (articolo 3), della Carta di Nizza (articolo 26) e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei disabili (ratificata con L. 18/2009), il concetto di gravità dell’handicap da cui è affetto il disabile va inteso in senso relativo. Ne consegue che il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare affetto da handicap è vietato anche quando la disabilità non presenta connotazione di gravità, a condizione che il datore di lavoro possa contrapporre l’esistenza di insostituibili ed urgenti esigenze aziendali.
Solo in quest’ultimo caso, il trasferimento del dipendente che assiste il familiare con handicap non in condizione di gravità può essere disposto anche in assenza di consenso dello stesso lavoratore.

Il caso de quo ha avuto origine dal licenziamento intimato al lavoratore che assisteva un familiare affetto da handicap, poiché che si era rifiutato di dare esecuzione al proprio trasferimento di sede. La Corte d’appello aveva poi confermato il licenziamento dal momento che l’art. 33, L. 104/92 prevedeva la necessità della condizione di gravità della persona da assistere.

Contro la decisione della Corte d’Appello l’interessato proponeva ricorso in Cassazione che ha dunque chiarito quanto segue: il divieto di trasferimento non presuppone necessariamente una condizione di handicap grave del familiare assistito; tuttavia, tale diritto del lavoratore che assiste un familiare con handicap a non essere trasferito viene meno in presenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti.


Ringrazio per il prezioso contributo la Collega Nadia Della Side ed il sito Invalidi-Disabili

Invalidità civile: consentito ricorso giurisdizionale al verbale negativo anche se è stata presentata una nuova domanda (Cassazione, Sentenza n. 24974/2016)

La Corte di Cassazione, con Sentenza n. 24974/2016,  ha aperto la possibilità di impugnare in sede giurisdizionale un verbale di invalidità, cui nel frattempo abbia fatto seguito una nuova domanda amministrativa.

È noto che, una volta ricevuta la comunicazione di esito negativo del procedimento amministrativo per l’accertamento dell’invalidità civile o dell’handicap, il cittadino abbia dinanzi a sè due possibili strade:

  1.  presentare nuova domanda amministrativa (o c.d. di “aggravamento” qualora si parta da un riconoscimento di almeno 33% di invalidità civile o un riconoscimento dell’handicap semplice e si punti al riconoscimento di una percentuale maggiore o dell’handicap grave);
  2. presentare ricorso giurisdizionale entro i 6 mesi dal ricevimento del verbale negativo.

È possibile avviare contemporaneamente entrambe le procedure (ricorso giurisdizionale e domanda amministrativa di aggravamento)?


Ipotesi 1

Se è stato presentato ricorso giurisdizionale può proporsi nuova domanda amministrativa?

In questo caso, l’avvio del procedimento giurisdizionale non consente di proporre nuova domanda amministrativa.

Infatti, a decorrere dal 4 luglio 2009 – data di entrata in vigore dell’art. 56, co. 2, L. 69/2009 (che ha esteso alla materia dell’invalidità civile la limitazione di cui all’art. 11,  L. 222/1984 per le prestazioni di invalidità in favore degli assicurati INPS) – i soggetti che intendano ottenere i benefici previsti dalle Leggi in materia di invalidità civile, cecità civile e sordomutismo, non possono presentare ulteriore domanda per la stessa prestazione fino a quando non sia esaurito l’iter di quella in corso in sede amministrativa o, nel caso di ricorso in sede giudiziaria, fino a quando non sia intervenuta sentenza passata in giudicato.
Alla documentazione da allegare alle istanze di invalidità civile va aggiunta quindi una autodichiarazione nella quale il richiedente attesta di non aver già presentato analoga domanda ancora in corso di esame in sede amministrativa ovvero giudiziaria (Circolare INPS n.97 del 6/8/2009).


Ipotesi 2

Se è stata presentata nuova domanda amministrativa può proporsi comunque il ricorso giurisdizionale avverso il precedente verbale amministrativo?

Il caso è quindi quello della ricezione di un verbale amministrativo negativo e della scelta di ricorrere in Tribunale per esperire l’ATP previdenziale, non essendo ancora trascorsi i sei mesi dalla ricezione del verbale ma essendosi nel frattempo proceduto a presentare una nuova domanda amministrativa di aggravamento.
Ebbene: norme che espressamente vietino la predetta successione di istanze (amministrativa-aggravamento-Atp) non ve ne sono, nè pare rinvenire pronunce ostative nella giurisprudenza di legittimità.

Per esempio, nella Sentenza n. 17330/2016 la Corte è chiamata ad affrontare la questione della validità di una seconda domanda amministrativa quale atto interruttivo della prescrizione con riferimento ai ratei maturati per una precedente domanda amministrativa, costituente oggetto del ricorso giurisdizionale: la Corte non scende in questo caso nel merito della vicenda, fermandosi a lamentare un vizio procedurale del ricorso per Cassazione, ma nemmeno denuncia come ostativo all’esame della questione l’esistenza di un qualche principio di acquiescenza, per effetto del quale una nuova domanda amministrativa costituisca acquiescenza al precedente verbale di invalidità, impedendo, nei confronti di quest’ultimo, il ricorso al Giudice.

La giurisprudenza di legittimità peraltro (cfr. ex plurimis Cassazione, Sentenza n. 8932/2015 e 22949/2016) nell’elencare le questioni preliminari che il Giudice doverebbe sommariamente verificare in sede di ATP prima di affidare l’incarico per la CTU medica, cita il presupposto della domanda amministrativa o del ricorso amministrativo (per le prestazioni di cui alla L. 222/1984) o l’assenza di “precedente domanda amministrativa non ancora definita, preclusiva dell’ulteriore iter di quella cui si riferisce l’ATP ex art. 11 L. n. 222 del 1984 e art. 56 L. n. 69 del 2009” (cfr. ex plurimis Cassazione, Sentenza n. 22721/2016), ma non cita mai, come condizione ostativa alla trattazione del ricorso, l’avvenuta proposizione di successiva domanda amministrativa.

La Sentenza in esame rappresenta una chiara riprova dell’ammissibilità di proposizione di ricorso giurisdizionale avverso un verbale amministrativo che sia poi stato seguito da ulteriore domanda amministrativa.

Ovviamente per la tempestività del ricorso giurisdizionale occorre distinguere fra le ipotesi di vecchie domande amministrative definite prima dell’introduzione del termine semestrale di decadenza (per tali ipotesi cfr. 11484/2015, 21642/2016, 23121/2016 e 23523/2016) e quelle soggette a tale termine di decadenza: per queste ultime la successione
ricezione verbale negativo – nuova domanda amministrativa – ricorso giurisdizionale avverso l’esito della precedente domanda amministrativa, non può che avvenire nel ristretto termine di 6 mesi.

La Sentenza da cui prende spunto il presente articolo, inoltre afferma che in tema di azione giudiziale per le prestazioni d’invalidità civile, l’art. 42, co.  3, D.L. 269/2003, conv. in L. 326/2003, la cui efficacia è stata differita al 31/12/2004 dall’art. 23, co. 2, D.L. 355/2003, conv. in L. 47/2004, ha introdotto una decadenza prima inesistente, fissando il termine di 6 mesi dalla data di comunicazione all’interessato del provvedimento emanato in sede amministrativa.

Detto termine di decadenza si applica solo se il provvedimento amministrativo sia stato comunicato all’interessato dopo il 31/12/2004, dovendosi ritenere, da un lato, che non rilevi l’art. 252 disp. att. c.c. – norma di principio, che tuttavia concerne il diverso fenomeno dell’abbreviazione del termine di decadenza già esistente – e dall’altro che la comunicazione, integrando il fatto che comporta la decorrenza della decadenza di nuova istituzione, non possa situarsi al di fuori dell’area temporale di operatività della norma che l’ha introdotta.

 

Fonte: http://www.studioaquilani.it